|
Sradichiamo facciamo scoppiare buchi in tutte le lunghezze di tutte le grondaie; nell’incombenza del muro cangiante dal rosa al cielo nemmeno uno squarcio fertile per il trapasso dell’orchidea o del topo, solo fradiciume di scorze non come legno non come legno. Muffa e scolora e ventre al di sotto della luce serale ancora scagliata nel pomeriggio di vento e divora ogni nostra orazione e feconda ogni distanza e scarto tra la nube e noi.
Dal fondo del metallo, ulteriore epifania poetica in versi e prosa di Erika Dagnino, mette in gioco radicalmente e nella sua integralità la questione del rapporto materia/poesia, non soltanto nella sua dimensione contenutistica – la materia, in tutte le sue forme, come “figurazione” oggettuale, ispirazione e referente primario di tutta la sua opera, tanto più concreta quanto più è “spiritualizzata” e viceversa – ma anche nel suo, affascinante, sempre presente, discorso su sé stessa. [...] Il dolore come conduttore di materia, la materia come canale del dolore, in un continuo fondersi e rapprendersi in figure che ci sembra di conoscere dalla nostra propria esperienza sensoriale, ma che contemporaneamente non riusciamo mai a catturare del tutto, a stringere nei consueti confini del nostro esperire. (Dalla Postfazione di Massimo Caviglione)
Per un assaggio del libro, CLICCA QUI.
Per leggerne la postfazione, CLICCA QUI.
Per una recensione sulla precedente silloge di Erika Dagnino, pubblicata su LucidaMente, CLICCA QUI.
Per un altro articolo sulla figura artistica di Erika Dagnino, pubblicato su LucidaMente, CLICCA QUI.
Per leggere un testo di Erika Dagnino sul musicista Stefano Pastor, articolo pubblicato su LucidaMente, CLICCA QUI.
|