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Tutta la felicità che l’aveva preso nello scrivere la grida di quella mattina, il fervore per la libertà tanto attesa, la gioia di un sogno che si stava realizzando, la fine dei patimenti personali, sembravano come quei tempi quando gli ulivi si caricano di fiori preannunciando una annata favolosa e poi invece si allupano cadendo e gli alberi si ritrovano spogli, senza un còccio di frutto: vuote rimangono le giare e, prima ancora, i trappeti.
Litàlia si innesta nel ricco e nobile filone della narrativa meridionale incentrata sulle “delusioni storiche”, in particolare su quella postrisorgimentale. Una “corrente” che va dalla novella Libertà di Verga ai romanzi-saggio di Sciascia, da I vecchi e i giovani di Pirandello a Consolo, da Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa ad alcune opere meno note di Bufalino e Camilleri. Stavolta, però, al centro delle vicende c’è soprattutto la Calabria, in particolar modo la piccola, “immaginaria”, comunità di Dericina (Radicena-Taurianova), che si troverà trascinata nei gorghi della Storia, che, spietatamente, poco si cura delle storie individuali. Così il trambusto “rivoluzionario” degli avvenimenti si rivela un terribile inganno ai danni degli umili e degli innocenti, le cui vicende vengono strozzate in un accartocciarsi di sventure, eterno contorno delle piccole esistenze umane. Attraverso uno stile particolare, nel quale la voce del narratore esterno diventa coro di un intero, martoriato popolo, l’autore proietta inquietanti interrogativi, supportati da una attenta e colta ricerca storiografica e da una umanissima sensibilità verso le disgrazie dei ca-funi.
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